Vittadini: “Sussidiareità e Pmi per uno sviluppo sostenibile”

di Stefano Scaccabarozzi – Rimettere al centro l’uomo, l’imprenditore e le piccole e medie imprese per rilanciare l’economia italiana.Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, è stato...

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di Stefano Scaccabarozzi – Rimettere al centro l’uomo, l’imprenditore e le piccole e medie imprese per rilanciare l’economia italiana.Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, è stato ieri sera ospite di Compagnia delle Opere Lecco, Confindustria Lecco e Sondrio, Cna del Lario e della Brianza e Confcooperative dell’Adda per la presentazione del nuovo rapporto sulla sussidiarietà, quest’anno dedicato alle Pmi e allo sviluppo sostenibile. (Nel link i contributi della tavola rotonda).

Il rapporto, giunto alla tredicesima edizione, innanzitutto fotografa il ruolo fondamentale delle micro, piccole e medie imprese nel tessuto economico italiano: «Negli ultimi anni – ha sottolineato Vittadini – si è parlato della dimensione aziendale come elemento fondamentale della crescita, salvo poi ritrovarci con un Pil rachitico. Siamo andati a indagare il ruolo delle Pmi dopo la crisi, identificando non la dimensione ma l‘innovazione, la sussidiarietà e lo sviluppo sostenibile come elementi di crescita. Il 99% delle imprese italiane è una Pmi quindi l’economia italiana si divide non tra piccole e grandi aziende, ma tra imprese che stanno morendo e imprese che hanno saputo innovare e innovarsi».

Infatti dopo il 2008 le Pmi sono cresciute di più delle altre imprese come occupazione e valore aggiunto: «Questo perché sono state in grado di cambiare, di specializzarsi, di iniziare a esportare andando ad agganciare cliente esigente a livello mondiale e rendendo la propria produzione unica. L’Italia è leader nelle macchina utensile su misura; nella farmaceutica c’è un boom perché tante Pmi hanno creato molecole innovative; l’artigianato italiano non è più solo ceramica, ma ha la capacità di produrre oggetti belli con altissima tecnologia. Non è un caso se Milano e la Lombardia non sono declinate quando hanno chiuso le grandi fabbriche: sono esplose tantissime Pmi che si sono sostituite come valore aggiunto e occupazione».

Se le Pmi hanno retto alla crisi economica e al fragile quadro politico istituzionale degli ultimi 10 anni è perché hanno una propria forza: «La crisi le ha fatte trasformare in imprese sostenibile: approccio forte alla green economy, digitalizzazione, capacità di sostituire personale, maggiore solidità economica, valorizzazione del capitale umano, collaborazione tra imprese e capacità di creare attorno a sé uno sviluppo territoriale».

Innovazione come capacità di usare nuove tecnologie, saper aggredire i mercati, essere in grado di trovare collaboratori altamente formati, essere sostenibili anche dal punto di vista ambientale: «Nel solo settore delle macchini utensili si contano 36mila mismatching, cioè posti di lavoro vacanti perché non si trovano le giuste professionalità. Oggi il tema è soprattutto antropologico: è venuto meno l’uomo capace di rischiare, di assumersi la responsabilità di fare impresa».

Per Vittadini, dunque, sviluppo sostenibile è rimettere al centro il soggetto umano: «L’idea di uomo va rimessa al centro della produzione e del consumo; un risveglio laico che dice che non possiamo pensare a un’economia che non abbia al centro l’uomo. Chi è al centro delle Pmi se non una persona che rischia, che è in grado di interpretare il cambiamento continuo?».

Fattore qualificante deve dunque essere la cultura sussidiaria: «Favorisce il coinvolgimento e la partecipazione di tutti gli attori della società; offre motivazione adeguate per proseguire uno sviluppo sostenibile, favorisce collaborazione, inclusione e solidarietà; riduce diseguaglianza e il conflitto tra gli attori; permette di perseguire le migliori strategie di governo e di governance declinandole nelle scale territoriali».

Infine, scuola e politica i due temi da cui ripartire: «Le imprese crescono se scuola e università sono capaci di dare persone capaci di questo cambiamento. Va quindi rafforzata la scuola libera e autonoma in cui la gente impara a ragionare. Il Parlamento invece deve tornare a occuparsi di politica industriale che non può essere ridotta alla finanziaria. Tradizionalmente veniva fatta nelle commissioni parlamentari da senatori e deputati che conoscendo le imprese del territorio e le loro necessità e quindi potevano portare avanti politiche settoriali».

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