Taiwan, le mire della Cina e il rischio di una escalation

di Giuseppe Morabito – Un recente articolo del Guardian ha riportato in evidenza la questione dell’isola di Taiwan definendola la “zona più pericolosa della terra”. La ragione principale...

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di Giuseppe Morabito – Un recente articolo del Guardian ha riportato in evidenza la questione dell’isola di Taiwan definendola la “zona più pericolosa della terra”. La ragione principale è che Taiwan è, oggi, un’area geografica dove si configura chiaramente la rivalità tra Cina Popolare e America.

Taiwan è un’isola di 24 milioni di persone con un governo democraticamente eletto, a 160 chilometri dalla costa cinese e i leader della Cina Popolare insistono da sempre nel ritenere che c’è solo una Cina, la loro, e che Taiwan ne è una parte “ribelle”.

L’America, dopo la Seconda guerra mondiale, ha garantito che ci fossero due “Cina”, salvaguardando la democratica Taiwan dall’aggressione anche se mantiene relazioni diplomatiche formali solo con il governo di Pechino. Non va dimenticato, comunque, che nel 2018 il Presidente Trump ha, come segno tangibile del legame con l’isola ha disposto l’apertura di un’ambasciata americana “de facto” a Taipei e inviato una unità militare “simbolica” sull’isola.

Ad oggi, ad esempio, in Europa, solo la Santa Sede riconosce diplomaticamente Taiwan con la presenza di un ambasciatore accreditato ed in Italia, a Roma, c’è solamente un Ufficio di Rappresentanza.

L’analisi del Guardian, propone che nel 2021 gli Stati Uniti stanno iniziando a temere di non essere più in grado di dissuadere la Cina Popolare dall’invadere Taiwan con la forza.

L’ammiraglio americano Phil Davidson, che guida il comando USA dell’Indo-Pacifico, ha dichiarato al Congresso, lo scorso marzo, di essere preoccupato per la possibilità che Pechino attacchi Taiwan nel 2027.

La guerra, come tutte le guerre e soprattutto quelle di invasione, sarebbe una catastrofe, e non solo a causa dello spargimento di sangue a Taiwan ma per il rischio di un’escalation sia areale sia mondiale.

Il principale motivo della contesa è economico. Pechino non può nascondersi dietro il dito dell’unificazione del popolo cinese. Sull’isola si trova il cuore dell’industria dei semiconduttori e Taiwan è il produttore di chip più importante al mondo con la capacità di mettere sul mercato globale l’84% dei chip più moderni. Se la produzione di tale particolare tecnologia si fermasse sarebbe a costi incalcolabili per l’industria elettronica globale compresa quella automobilistica.

La tecnologia e le conoscenze dei taiwanesi sono forse un decennio avanti rispetto al resto del mondo e ci vorrebbero anni di lavoro prima che le industrie di tutto il mondo e in particolare USA e Cina Popolare riescano a rimettersi in regola con questi indispensabili approvvigionamenti.

Gli analisti internazionali ritengono che sebbene gli Stati Uniti non siano vincolati da un trattato per difendere Taiwan, un attacco di Pechino metterebbe davanti ad una scelta la potenza militare americana e la capacità diplomatica e politica di Washington. In caso di conclusione negativa della contesa la teoria della Pax Americana, apprezzata e condivisa dal quasi tutto il mondo, sarebbe cancellata.

Infatti, se gli USA fallissero nel difendere la democrazia di Taipei, la Cina Popolare diventerebbe, dall’oggi al domani, la potenza dominante in Asia e gli alleati dell’America in tutto il mondo, NATO compresa, saprebbero di non poter contare pienamente su gli USA.

Per evitare il conflitto nello Stretto di Taiwan, dopo la pace negli ultimi decenni, tutti i paesi democratici del mondo, non solo gli Stati Uniti, dovrebbero contrastare il governo di Pechino che insiste con la dannosa propaganda volta ad affermare la necessità di realizzare l’unificazione, anche, come ultima risorsa, per mezzo dell’invasione militare.

I taiwanesi, che erano soliti concordare sul fatto che la loro isola facesse parte della Cina Popolare (anche se non comunista), hanno democraticamente deciso, negli anni recenti, di eleggere governi che sostengono la separazione pur senza dichiarare l’indipendenza.

Negli ultimi tempi le forze armate di Pechino si sono notevolmente rinforzate e al momento potrebbero forse essere in grado di attaccare con successo sia Taiwan sia le navi della Marina americana e le basi americane in Giappone, Corea del Sud e Guam.

Alcuni esperti del Pacifico iniziano a dichiarare che la superiorità militare nell’area prima o poi potrebbe portare la Cina Popolare a usare la forza contro Taiwan, in quanto Pechino potrebbe convincersi che l’America voglia mantenere in atto la crisi di Taiwan per contenere l’ascesa economico diplomatica della Cina.

Non va mai dimenticato che negli ultimi mesi Pechino ha soppresso con la forza anche solo l’idea che Hong Kong potesse avere un sistema di governo separato e sta usando azioni di “soft power” per convincere il popolo di Taiwan a una “unificazione pacifica”.

In particolare, le azioni di Pechino dette di “soft power” sono evidenti anche in occasione della pandemia partita da Wuhan.

La Cina Popolare infatti pone il veto alle Nazioni Unite sulla piena inclusione di Taiwan in tutti i meeting, i meccanismi e le attività dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Taipei e i taiwanesi sono stati un esempio per il mondo per come agire contro il virus e limitare i danni alla popolazione, ma non possono scambiare dati ufficialmente con altri paesi.

Se ci fosse la volontà di garantire che la guerra rimanga solo una terribile soluzione finale, Cina Popolare, Stati Uniti e Taiwan devono pensare a ristabilire un equilibrio nello stretto di Taiwan nei prossimi anni.

In tale quadro strategico di ricerca di un equilibrio e nell’ applicazione moderna del motto dell’antica Roma “Si vis pacem parabellum”, Taipei potrebbe iniziare a dedicare meno risorse a sistemi d’arma grandi e costosi che sono vulnerabili al moderno sistema di attacco missilistico cinese e più all’ addestramento delle forze armate a tattiche di guerriglia contro chi occupa l’isola e tecnologie difensive che vanificherebbero i vantaggi di un’invasione.

Gli USA hanno bisogno sia di ulteriori capacità militari strategiche (non si parla certo di deterrenza nucleare) per dissuadere la Cina Popolare dal lanciare un’invasione anfibia preparando anche i suoi alleati, inclusi Giappone e Corea del Sud, sia, nel contempo, di far capire a Pechino che i suoi piani di impiego delle forze in quell’area sono credibili.

Equilibrio si potrebbe trovare addirittura applicando una forte e convincente azione di deterrenza con Pechino che dovrebbe essere scoraggiata dal tentare di cambiare con la forza lo status democratico di Taiwan e, al contempo, essere rassicurata che America non sosterrà una corsa all’indipendenza formale da parte di Taipei.

Sebbene la Cina Popolare sia chiaramente diventata più autoritaria e nazionalista, non credo che il suo popolo sia oggi pronto per una guerra che potrebbe causare vittime di massa e sofferenza economica.

Questo anche nell’ evidenza che nel centesimo anno del Partito Comunista cinese, il governo di Pechino indica chiaramente di voler esercitare il potere basandolo sulla prosperità, la stabilità e lo status della Cina nella sua regione con un ruolo crescente nel mondo. Tutto ciò sarebbe logicamente messo a repentaglio da un’azione militare.

Vedremo presto se il Presidente Biden sarà capace di convincere il suo omologo di Pechino Xi Jinping. (Giuseppe Morabito – Membro del Direttorio della NATO Defence College Foundation)

Foto di Timo Volz da Pixabay

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