Storia di una ristoratrice al tempo del virus

di Alberto Comuzzi –  Il caso emblematico di Antonella Azzalini che, come tanti imprenditori impegnati nella ristorazione, lotta, insieme alla famiglia, per non chiudere un’attività faticosamente aperta dopo...

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di Alberto Comuzzi –  Il caso emblematico di Antonella Azzalini che, come tanti imprenditori impegnati nella ristorazione, lotta, insieme alla famiglia, per non chiudere un’attività faticosamente aperta dopo anni di sacrifici.

L’avevamo incontrata un anno fa quando, con grande entusiasmo, ci aveva spiegato di essere finalmente riuscita a coronare un sogno della sua vita: aprire un bistrot nel cuore di Sondrio poco distante dalla Stazione ferroviaria. 

La ritroviamo oggi, combattiva e determinata come allora, ma molto, molto preoccupata. «Questa vicenda dell’isolamento che mi ha costretto a tenere chiuso il locale per mesi», spiega Antonella Azzalini in tono sconsolato, «ha avuto una serie di effetti devastanti che sono sotto gli occhi di tutti. Per quanto mi riguarda, ma immagino che per molte altre imprese la situazione possa essere anche peggiore della mia, ho dovuto lasciare a casa due delle tre persone che lavoravano con me, tenuto conto che ho dovuto ridurre, oltre all’orario di apertura, più del 50 per cento i posti di cui disponevo: 40 prima della pandemia e 19 oggi».

Antonella incarna lo spirito e i valori dei piccoli e medi imprenditori che sono la spina dorsale del sistema produttivo italiano. Di più: da valtellinese è anche abituata a stringere i denti e a guardare avanti, come l’alpino che s’inerpica con lo zaino in spalla su sentieri impervi senza lamentarsi per la fatica che pure sopporta. «Resto fedele alla “filiera corta”, anzi ho pure aumentato i prodotti a chilometro zero», dice convinta, «per offrire ai clienti menù che esaltano l’enogastronomia valtellinese e nel contempo per sostenere le aziende agricole del territorio. Purtroppo anche queste sono in sofferenza perché, crollando i consumi della ristorazione, è l’intero comparto della produzione agroalimentare a risentirne. Ho tentato di sviluppare la consegna di cibi a domicilio, ma la risposta è stata flebile».

Pur di riprendere l’attività Antonella s’è ingegnata a promuovere eventi con serate ad hoc nelle quali offrire piatti frutto della sua creatività. Così alla tradizionale tartàre di trota affumicata della Valmalenco guarnita con zucchine alla menta e al lime (limone verde), che è un po’ il suo marchio distintivo, la vulcanica cuoca ha innovato i consolidati menù con una serie di nuovi piatti. Ne citiamo alcuni là dove l’indice della mano s’è posato casualmente: carpaccio di mela al calvados con bresaola artigianale nostrana (cioè senza conservanti) ornata con insalata (Songino) ai germogli; crespelle di patate, verza e formaggio Casera; ciambella di segale al 100 per cento prodotta in Valtellina con ricotta di capra della fattoria Aldoss.

Antonella tiene a sottolineare che diversi formaggi sono prodotti con il latte proveniente da quelle che lei chiama “caprette felici” perché vivono libere in montagna brucando in prati ricchi di saporose e fresche erbette; quelle stesse erbette che, insieme al miele millefiori e alle noci, sono alla base di diversi dessert serviti nel suo bistrot.

Coerente con il suo progetto di ristorazione a Chilometro zero nel locale di Antonella si trovano soprattutto vini prodotti da aziende valtellinesi, con una sola eccezione che riguarda, però, la birra artigianale, “importata”, si fa per dire, dal Birrificio Lariano, che ha sede a Sirone, piccolo comune poco distante da Lecco.

La passione per il suo lavoro si percepisce dalla fantasia con cui si sforza di descrivere le sostanze di cui si compongono i cibi che prepara per i clienti. Nelle sue parole c’è la forza di una persona convinta di ciò che fa, ma anche la consapevolezza di operare in un settore, quello della ristorazione, che vive un periodo di travaglio senza precedenti.

Dallo Stato Antonella non ha ricevuto alcun sostegno, ma l’onnivora macchina pubblica si è puntualmente presentata a riscuotere tasse e balzelli vari. Persino la Siae (Società italiana degli autori ed editori) è passata all’incasso nonostante per oltre tre mesi non sia stata diffusa alcuna musica di sottofondo nel bistrot “chiuso per pandemia”. L’unico a venirle incontro è stato il locatario che ha dilazionato le spese d’affitto. Ancora una volta, in Italia, è il privato a darsi una mano, mentre il pubblico, graniticamente inamovibile, esige ciò che gli spetta.

«Se entro la fine di quest’anno non riesco a riequilibrare i conti», conclude amara Antonella, «sarò costretta a chiudere l’attività e a nulla saranno serviti gli aiuti che la mia figlia maggiorenne, mia mamma e persino mio marito nei ritagli di tempo del suo lavoro, mi avranno generosamente dato per tenere aperto il bistrot».

È di sabato la notizia che la pentastellata Laura Castelli, sottosegretario all’Economia del governo Conte, ha dichiarato che «se i ristoratori non ce la fanno, cambino mestiere». Si tratta della medesima rappresentante del popolo che da Giugno 2013 a Dicembre 2017, s’è fatta rimborsare per il taxi 26.825,34, una media di 488 euro mensili, dalla cassa del proprio Gruppo politico (dati pubblicati in www.maquantospendi.it, il portale di analisi dei rendiconti del Movimento 5 Stelle).

Forse è giunto il momento di far cambiare il mestiere a un po’ di ministri, sottosegretari e onorevoli, se tali poi sono; o no?

Un bistròt più valtellinese che francese (Articolo pubblicato 26 Luglio 2019 su Valtellinanews)

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