Focus sull’Arabia Saudita: torri gemelle, gas e armamenti

di Giuseppe Morabito – Nei giorni scorsi l’amministrazione Biden ha declassificato e reso pubblico un rapporto dell’FBI di 16 pagine che collega i dirottatori dell’11 settembre a cittadini...

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di Giuseppe Morabito – Nei giorni scorsi l’amministrazione Biden ha declassificato e reso pubblico un rapporto dell’FBI di 16 pagine che collega i dirottatori dell’11 settembre a cittadini sauditi negli Stati Uniti. Il documento, scritto nel 2016, riassumeva un’indagine dell’FBI su quei specifici legami chiamata Operazione ENCORE.

Il rapporto, anche se parziale, mostra una relazione più stretta, di quanto si conoscesse in precedenza, tra due sauditi, di cui uno con status diplomatico, e alcuni dei dirottatori. Le famiglie delle vittime dell’11 settembre hanno sempre chiesto di disporre del rapporto, che presenta uno scenario nettamente diverso da quello descritto dal Rapporto della Commissione sull’11 settembre del 2004. Infatti, mentre la commissione non è stata in grado, in gran parte, di collegare gli uomini sauditi ai dirottatori, il documento dell’FBI descrive connessioni multiple e contatti telefonici.

Anni fa, la commissione aveva indicato, per quanto riguarda il diplomatico saudita Fahad al-Thumairy, che :”non abbiamo trovato prove che Thumairy abbia fornito assistenza ai due dirottatori”. Alcuni anni dopo, sembra che gli agenti dell’FBI siano giunti a una conclusione diversa. Il rapporto afferma che Thumairy “incaricò” un suo socio di aiutare i dirottatori quando arrivarono a Los Angeles e disse al socio stesso che i dirottatori erano “due persone molto significative”, questo più di un anno prima degli attacchi.

Il rapporto getta nuova luce anche sull’incontro di un impiegato del governo saudita con i dirottatori e quanto una volta veniva descritto come un incontro casuale è ora dipinto come un evento programmato.

La Commissione sull’11 settembre aveva descritto l’impiegato saudita, Omar al-Bayoumi, come “gregario”. Gli investigatori riferivano di averlo trovato “un improbabile candidato per un coinvolgimento clandestino con estremisti islamici” ma il rapporto di ENCORE afferma che un testimone dell’incontro ha visto Bayoumi aspettare alla finestra l’arrivo dei dirottatori, piuttosto che incontrarli per caso, e intrattenersi in una lunga conversazione con loro.

In particolare,  Bayoumi era in “contatto quasi quotidiano” con un uomo legato alla mente dell’attacco al World Trade Center del 1993 e ha trascorso una notte nello stesso hotel con un altro uomo collegato a Osama bin Laden del 1999. Bayoumi e Thumairy hanno affermato che non avevano nulla a che fare con gli attacchi e sebbene il rapporto non evidenzi alcun collegamento diretto tra i dirottatori e il governo saudita nel suo insieme, Jim Kreindler, che rappresenta molte delle famiglie che hanno fatto causa all’Arabia Saudita, ha affermato che il rapporto convalida le argomentazioni a suo tempo avanzate. Il governo saudita ha a lungo sostenuto che qualsiasi collegamento tra cittadini sauditi e i dirottatori fosse casuale e ha rivendicato anni di lotta ad al-Qaeda in collaborazione con gli Stati Uniti.

Comunque, al momento, il documento ENCORE è solo il primo di molti documenti che l’amministrazione Biden ha promesso di rilasciare nei prossimi mesi. Sul piano internazionale, messo da parte quanto rivelato da ENCORE, l’Arabia Saudita dopo anni di ricerca di collaborazioni internazionali sta di nuovo provando di divenire il centro di potere del gas naturale e in questo necessita dell’assoluto supporto di Washington o quantomeno la non opposizione.

La scorsa settimana, la compagnia petrolifera nazionale saudita Aramco ha riferito di aver discusso con potenziali interessati l’opzione di aprire i suoi più grandi giacimenti di gas agli investitori stranieri. Al momento, si prevede che saranno necessari circa 110 miliardi di dollari di investimenti per finanziare lo sviluppo del giacimento denominato Al Jafurah, che si stima contenga circa 200 Tcf (trilion cubic feet) di gas.

Quindi, il regno non solo detiene immense riserve di petrolio greggio, ma dovrebbe anche essere uno dei più grandi possessori di riserve di gas naturale al mondo e il rinnovato interesse per le sue riserve di gas non si basa solo sulla diversificazione delle strategie di vendita del petrolio, ma guarda anche ai consumi energetici interni e alle potenzialità di future opzioni per l’idrogeno. Fonti saudite hanno affermato che Aramco ha già nominato un advisor per esplorare una possibile vendita di quote azionarie a operatori o investitori internazionali. per raggiungere i 110 miliardi di dollari previsti. Sembrerebbe che negli anni ’90 erano state intraprese alcune iniziative in tal senso coinvolgendo colossi internazionali come Shell per aprire allo sfruttamento potenziali riserve di gas, ma era stato un totale fallimento.

Tuttavia, pare che ora sia il momento giusto per riorganizzare completamente il settore petrolifero e del gas del Regno, poiché Riyadh, guidata dal principe ereditario Mohammed bin Salman, ha intrapreso una vera e propria diversificazione economica, in cui petrolio e gas svolgono il ruolo di motore e carburante per il futuro ma non saranno più l’unico elemento di ricchezza del Regno.

Mentre il mondo si è concentrato principalmente sul petrolio greggio e sulla ricchezza petrolchimica, Aramco, la società detiene anche in giacimento  Al Jafurah (dopo quella del  Qatar, la seconda più grande riserva di gas nel mondo arabo), punta a primeggiare nel 2024, con una produzione di gas che raggiungerà i 2,2 miliardi di “piedi cubi” standard al giorno.

Il Regno è deciso a monetizzare al massimo le risorse e, anche, ad accreditarsi come un centro di gravità per la produzione dell’idrogeno in un prossimo futuro. Per promuovere quest’ultimo l’idea saudita è quella di utilizzare meglio il gas naturale per l’economia locale ma anche nel medio-lungo termine come approvvigionamento per la produzione di idrogeno blu.

È necessario un maggiore utilizzo del gas naturale nella produzione di energia, non solo per ragioni ambientali e climatiche, ma principalmente per sostituire l’uso del petrolio greggio, poiché attualmente 1 milione di barili al giorno o più viene consumato per la produzione di energia (e il condizionamento dell’aria). Oltre all’idrogeno verde, che non è ancora conveniente e con la domanda di mercato bassa, l’idrogeno blu deve avere una crescita, guardando al suo ruolo potenziale.

Atteso quanto precede, il Regno deve subito cancellare la sua posizione negativa dopo il rapporto reso pubblico da Biden e deve trovare risorse e credibilità’ nelle borse mondiali per gli auspicati investimenti , prima fra tutte Wall Street. Poi non va dimenticato il suo ruolo strategico nell’ opposizione all’Iran (da sempre Riyad ricerca un contenimento pacifico dell’influenza militare di Teheran) e le spese militari che il Regno sostiene soprattutto comprando in USA.

Il Regno Saudita – come si enfatizza nei piani di sviluppo per il 2030 – è chiamato a fronteggiare una serie di sfide che andrebbero, sulla carta, ben oltre la necessità di effettuare massicci investimenti nel settore militare. Che però resta prioritario, al punto che gli analisti prevedono un’ulteriore escalation delle spese militari della Regione del Golfo, con il raggiungimento e superamento della spesa complessiva record – calcolata su tutta la regione del Golfo – di 100 miliardi di dollari.

La corsa al rialzo – evidentemente giustificata anche dall’evidenza di una mancata soluzione alle instabilità politiche e militari della zona – sarà capeggiata dall’Arabia Saudita e vedrà partecipare , in forma minore, gli Emirati Arabi Uniti. La crescita delle spese entro il 2023 potrebbe raggiungere i 117 miliardi di dollari complessivi.

Naturalmente, il significativo e annunciato, rialzo dei prezzi del petrolio dovuti alla ripresa dell’economia mondiale, dopo la pandemia da Virus di Wuhan, potrebbe favorire una ulteriore crescita delle spese complessive o, quantomeno, una significativa attività di procurement militare.

Mohammed bin Salman, giovane erede al trono saudita, entro il 2030, mira a localizzare il 50% delle spese militari sul territorio nazionale, attraverso la creazione di un’industria bellica locale e l’acquisizione di competenze e di risorse umane.

Naturalmente, gli obiettivi energetico/militari richiedono tempi di raggiungimento ragionevolmente lunghi e per il loro perseguimento va considerato fondamentale il sostegno dell’alleato chiave dei sauditi, l’America ora guidata da Biden. Washington, ora come mai in passato, dovrebbe incoraggiare il Regno a investire nella stabilità civile, nella dissuasione delle attività terroristiche con pretesto religioso e nello sviluppo economico anche, ripeto anche, mantenendo un parallelo interesse reciproco negli affari militari. La questione geopolitica è da alcuni giorni quella di riuscire a capire se l’anziano, forse già stanco, Presidente Biden e la sua amministrazione, fiaccati nella credibilità internazionale e interna dal fallimento in Afghanistan, saranno in grado di gestire correttamente gli sviluppi nell’area del Golfo e soprattutto le relazioni con il trono saudita.

Generale Giuseppe Morabito – Membro del Direttorio della NATO Defence College Foundation .

Foto di David Mark da Pixabay

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