Da Lepanto a oggi: nulla di nuovo sotto il sole

di Alberto Comuzzi - Il 24 Agosto 1571 a Messina si riuniva la più grande flotta che il mondo occidentale avesse mai aggregato, quella della Lega...


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di Alberto Comuzzi – Il 24 Agosto 1571 a Messina si riuniva la più grande flotta che il mondo occidentale avesse mai aggregato, quella della Lega santa. Il 7 Ottobre, sei settimane più tardi, nelle acque del golfo di Corinto, vicino alla città di Lepanto (l’attuale Navpaktos), lo schieramento navale messo insieme da Papa Pio V annienterà la flotta ottomana liberando 15.000 schiavi europei legati ai remi delle navi ottomane.

La battaglia di Lepanto, che i libri di storia presentano correttamente come una grande vittoria della cristianità minacciata dall’espansione musulmana nel Vecchio Continente, è anche lo specchio di situazioni molto simili a quelle che gli europei vivono tuttora, a distanza di quattro secoli e mezzo.

Ci spieghiamo. Nel XVI secolo la Repubblica di Venezia vede progressivamente minacciati i propri traffici commerciali dallo strapotere ottomano che, con la forza delle armi, occupa isole e territori con i quali la Serenissima da secoli ha prosperi affari economici. Chiede quindi aiuto al papa perché, con la sua autorità, chiami a raccolta la cristianità.

Pio V lancia un appello a tutti i sovrani, ma solo Filippo II, re di Spagna (nonostante impegnato a sedare rivolte in Olanda e in Andalusia), lo accoglie insieme ai Cavalieri di Malta, al Granducato di Toscana, alla Repubblica di Genova e a quella di Lucca, ai ducati di Urbino, Parma, Ferrara, Mantova e Savoia.

La cattolicissima Francia si defila perché con gli Ottomani ha buoni rapporti, ma soprattutto fa ottimi affari e allo stesso modo fanno orecchie da mercante gli stati legati al Sacro Romano Impero, ufficialmente impegnati a reprimere i vari movimenti ereticali.

Da notare che nella seconda metà del secolo XVI le relazioni tra Spagna e Venezia erano tutt’altro che buone. La prima tendeva ad espandere la propria egemonia in Italia, la seconda era preoccupata di mantenere la propria indipendenza.

Eppure entrambe trovarono il modo di unirsi perché minacciate dal medesimo pericolo: quello turco. Venezia, tra l’altro, aveva subito un durissimo colpo alla propria economia con l’invasione di Cipro da parte ottomana e la Spagna ambiva a creare avamposti difensivi in Nordafrica (Algeria e Tunisia) per evitare nuove invasioni musulmane sul proprio territorio.

Pericoli e continue minacce erano avvertiti e sofferti anche da Genova, dalle località del litorale toscano appartenenti al Granducato e persino dai territori più interni della Penisola. Non c’è centro turistico lungo le coste della Liguria e della Toscana in cui non siano ancora oggi visibili i resti di fortezze create per difendersi dalle incursioni dei Mori, che venivano a saccheggiare e a prelevare donne e uomini da ridurre in schiavitù.

La tratta di schiavi, soprattutto dall’Africa, è oggi sotto gli occhi di tutti. Il compito di riunire un’armata in grado di bloccare l’ignobile commercio di esseri umani non è più demandato al Papa (unica autorità morale che, inascoltata, indefessamente richiama i “potenti della Terra” alle loro responsabilità), ma alle democratiche e sovrane istituzioni europee.

Queste che fanno? Si scambiano lettere, scrivono documenti, riflettono, discutono e legiferano. In qualche caso, visto che la tecnologia lo permette, twittano. Così un tema mondiale come quello dello sfruttamento di un intero continente, o meglio, dello sfruttamento delle persone che vivono in quel continente, («il male dell’Africa è la sua ricchezza» per citare il padre comboniano Alessandro Zanotelli), finisce per essere affidato “al buon cuore” di singoli Stati e non messo, come dovrebbe essere, al primo punto dell’agenda delle istituzioni europee e mondiali.

Come quattro secoli e mezzo fa, anche in questa torrida estate del 2018, i singoli Stati europei tirano l’acqua al proprio mulino. Ma di quale Europa stiamo parlando?

“Nihil sub sole novi”, “Ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole”, insegna il libro dell’Ecclesiaste (o Qoelet) (1,9).

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