Le vicende istriane dopo l’8 settembre 1943

Annamaria Crasti, esule istriana, riassume con particolari inediti e personali i tragici fatti di cui fu testimone nei giorni immediatamente successivi al “proclama Badoglio” (8 Settembre 1943) e...

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Annamaria Crasti, esule istriana, riassume con particolari inediti e personali i tragici fatti di cui fu testimone nei giorni immediatamente successivi al “proclama Badoglio” (8 Settembre 1943) e che costò la vita a tanti innocenti “colpevoli” esclusivamente di essere italiani e di vivere nelle terre orientali del Paese. Oggi, all’età di 79 anni, vive a Milano dove l’abbiamo incontrata.

di Annamaria Crasti Il Maresciallo Badoglio, l’8 Settembre, annuncia alla radio la resa incondizionata del Paese agli Inglesi e agli Americani. Così l’Italia orientale, Dalmazia, Istria, Fiume precipitano nel caos più totale. L’Esercito come in ogni parte del Paese è lasciato senza direttive, la popolazione è priva di ogni difesa e parte dei territori dell’Istria finiscono sotto il dominio tedesco.

I tedeschi considerano gli italiani “ traditori badogliani “. I soldati italiani sul fronte iugoslavo sono attaccati dai partigiani di Tito che già avevano formato gruppi di combattimento contro gli italiani e i Tedeschi. La resistenza slava, aiutata anche dagli Angloamericani, cresce e vede in Tito l’unico capo.

Il Generale Gastone Gambara, (comandante del Corpo d’Armata di Manovra – divisione Ariete e Trieste) tornando da Roma dove si era recato per ricevere ordini, è all’oscuro delle trattative intercorse tra Badoglio e gli Alleati. L’annuncio dell’Armistizio lo coglie di sorpresa. Il suo obiettivo è cercare di organizzare le truppe italiane oramai completamente allo sbando.

Una parte dei soldati italiani viene catturata dai tedeschi e mandata nei campi di prigionia in Germania e in Polonia. Chi riesce a sottrarsi alla cattura tenta di rientrare in Italia con ogni mezzo, una parte si arruola nella Divisione Garibaldi formata da partigiani titini, altri rimangono a difesa degli italiani ed una parte aderisce alla Rsi (Repubblica Sociale Italiana). Questi ultimi una volta catturati, finiranno nei campi di prigionia titini.

I principali si trovano a Borovinca o Basovizza, qui le condizioni di vita sono estreme. Alcuni saranno torturati, altri moriranno di malattia o di fame; e qualcuno sarà pure passato per le armi per essere stato sorpreso a mangiare una radice strappata da terra. Chi riuscirà a ritornare da quei campi perché diventato merce di scambio tra la Jugoslavia e il Governo italiano sarà irriconoscibile a causa delle sevizie subite.

Gli ultimi soldati rimpatriati dai campi di concentramento torneranno nel 1960. A molti di loro non fu applicata la Convenzione di Ginevra per cui, non essendo schedati, non furono mai restituiti all’Italia dai titini; in pratica non si seppe più nulla e finirono nell’oblio.

L’11 Settembre le truppe tedesche assumono il controllo di Fiume, dell’Istria e delle Isole del Quarnaro. La vita degli istriani cambia. Fino a pochi giorni prima dell’armistizio si vive una vita in apparenza normale. Sui vari fronti combattono padri, fratelli, mariti, fidanzati, amici. Le donne a casa in ansia per la sorte dei loro uomini. La vita continua in Istria, si lavora come sempre nei campi, i contadini che siano coloni, mezzadri o piccoli proprietari si recano nelle campagne dove zappano, arano, mietono, vendemmiano.

All’indomani dell’8 Settembre tutto cambia. Il maresciallo Tito, per slavizzare gli italiani, adotta i metodi che utilizzò il Fascismo per italianizzare le popolazioni slave. Con una variante però, la ferocia per eliminare lingua, costumi e cultura non slave. Essere italiani in quelle terre era una colpa.

I metodi sono quelli del terrore. Nell’oscurità della notte, i titini irrompono nelle case degli italiani. Spesso le porte vengono abbattute da coloro che fino al giorno prima erano vicini di casa, persone di cui si aveva stima e ci si fidava. Emerge quell’odio atavico, derivato dall’Austria che aveva aizzato le popolazioni slovene e croate contro gli italiani considerati “infedeli “ agli Asburgo.

La popolazione italiana vive nel terrore, i titini razziano, rubano. La notte la gente chiusa nelle proprie abitazioni teme i rastrellamenti. Persone comuni che nulla o poco avevano a che fare con la politica svaniscono nel nulla, si diffonde il panico.

Si spera che i rastrellati vengano rilasciati, ma nessuno farà più ritorno. Solo dopo si scoprirà che le persone prelevate sono finite in quelle voragini dell’Istria, le “foibe”, cavità carsiche naturali, utilizzate dai contadini come discariche per gettare carcasse di animali, sterpaglie, dove tutto si decompone velocemente per la presenza dell’ acqua che ha contribuito a formarle. Gli italiani catturati vengono gettati, morti o vivi indifferentemente, in quei “pozzi”, vittime di una persecuzione esclusivamente politica. L’obiettivo, storicamente accertato, fu di procedere ad una metodica eliminazione degli italiani e dei loro valori culturali per la creazione della nuova società jugoslava. Tutto andò avanti fino alla fine di Ottobre.

Tra le vittime ci sono anche i preti come don Angelo Tarticchio. Nato nel 1907 a Gallesano d’Istria, parroco di Villa di Rovigno, don Tarticchio è arrestato dai partigiani comunisti, malmenato ed ingiuriato, viene tradotto a Pisino d’Istria e rinchiuso nel castello dei Montecuccoli. Dopo qualche giorno è portato a Lindaro insieme ad altre 43 persone. Vengono tutti legati col filo spinato a coppie. Colpiti da raffiche di mitra sono gettati in una cava di bauxite. Quando il corpo di don Angelo fu riesumato si vide che gli assassini gli avevano messo sulla testa una corona di spine fatta di filo spinato. I tedeschi vogliono che i resti degli infoibati vengano esumati; lo faranno i Vigili del Fuoco di Pola, al comando del Maresciallo Harzarich. Questi, nato a Pola, morirà esule a Merano. Fu lui ad avere il compito di perlustrare alcune foibe e recuperare le vittime che erano state là gettate. Famosa è la foiba di Vines, conosciuta come “foiba dei colombi” nei pressi di Albona. Lì il primo a scendere fu un volontario, che inorridì e dovette risalire per i i miasmi. Ci sono immagini che lo ritraggono in lacrime colme di disperazione. Disse solo: «C’è una montagna di corpi».

Annamaria Crasti, esule istriana, racconta che suo padre proprietario di una ditta di trasporti, mette a disposizione un mezzo per il trasporto dei resti dalla foiba a Parenzo. La gente si accalca in due ali di folla, attorno al mezzo, lo sguardo inorridito, un silenzio irreale accoglie i corpi di persone uccise senza colpa. Annamaria dichiara: «Quel volontario ha avuto negli occhi e nella mente quei resti e non ha dimenticato quel fetore finché ha vissuto».

Decine di cadaveri furono recuperati, molti ancora oggi sono dispersi, inghiottiti dalla terra d’Istria. Uccisi due volte, prima dalla furia titina e poi da un Paese, l’Italia, che tutt’oggi è incapace di chiedere la restituzione dei propri morti. Bastava essere italiani per essere gettati in quelle voragini dalle squadre titine.

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